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Superchef d'America condannato

Batali Bastianich: dovranno restituire le mance
Batali Bastianich: dovranno restituire le mance
New York, causa dai dipendenti: secondo la giustizia americana ha fatto la cresta sui soldi dati dai clienti.
Lo superchef d'America condannato a restituire cinque milioni di mance.
Mario Batali sconfitto con il socio Bastianich dai camerieri.
L'azione legale partita da due dipendenti del ristorante «Babbo».

NEW YORK - Lo scorso novembre Mario Batali era stato costretto a chiedere ufficialmente scusa ai finanzieri di Wall Sreet che minacciavano di boicottare i suoi esclusivi ristoranti dopo che aveva osato dichiarare al settimanale Time che «l'avidità accentratrice dei banchieri pigliatutto che oggi controllano la ricchezza è paragonabile al male arrecato al mondo da Stalin e Hitler».

Quattro mesi più tardi i ruoli si sono invertiti ed è il 51enne superchef a finire sulle prime pagine dei giornali, non solo finanziari, per uno scandalo che secondo gli addetti ai lavori getta luce sul lato oscuro di un mondo, quello dei celebrity chef, i maghi dei fornelli, che nell'era di Food Network (il canale televisivo «tutto cibo» 24 ore su 24) hanno raggiunto un'influenza e ricchezze giudicate «eccessive».

Alcuni giorni fa Batali e il suo socio in affari Joseph Bastianich, figlio di Lidia, hanno firmato un accordo extragiudiziario che gli impone di pagare oltre 5,25 milioni di dollari ai loro oltre 1.100 dipendenti come risarcimento per aver fatto per anni la cresta sulle mance di camerieri e barman in ristoranti come «Babbo», «Del Posto», «Casa Mono», «Bar Jamón», «Esca», «Lupa» e «Otto», tutti a Manhattan.

La class action è stata avviata nel 2010, quando Stephanie Capsolas e Hernan Ricardo Alvarado, rispettivamente cameriera e addetto alla cucina del famoso ristorante «Babbo» del West Village di Manhattan, hanno sporto denuncia insieme con altri 117 colleghi.

Dal luglio 2004 al febbraio 2012, secondo i documenti stilati dall'accusa, i due avrebbero regolarmente sottratto tra il 4 e il 5% dalle mance ricevute dai loro impiegati per le bevande alcoliche, usando illegalmente quei fondi «rubati» per pagare gli stipendi dei loro sommelier. Interpellata dal Corriere , Lidia Bastianich si trincera dietro il «no comment». «Su ordine del tribunale le parti sono tenute alla massima discrezione», rivela l' Huffington Post , secondo cui la «clausola di confidenzialità del patteggiamento stipula che né il querelante né il querelato possano comunicare in merito al caso con qualsiasi tipo di media, cartaceo o elettronico».

Ma sui blog culinari la vicenda è da giorni un tormentone. «È la riprova che i ricchi sono più disonesti», punta il dito su un forum del Los Angeles Times che accusa Batali, figlio di una canadese di origine francese e di un italo-americano di essere «il classico bullo mafioso». La sua immensa ricchezza in America è d'altronde nota a tutti.

Grazie al suo impero enogastronomico che include 17 ristoranti tra New York, Los Angeles e Las Vegas, Batali è finito nella top 10 degli chef più ricchi al mondo compilata da Forbes . «Il fatto che un uomo tanto ricco possa rubare ai suoi camerieri è vergognoso, arrogante, disonesto e imperdonabile», tuona sul suo blog Padre Alex Kennedy, docente all'Università di Tulsa.

Il risarcimento record sborsato da Batali e Bastianich rischia di avere un effetto mediatico negativo anche su Lidia, tra i soci, con Oscar Farinetti, del negozio Gourmet «Eataly» nel Flatiron District. Lo scorso agosto lei stessa era finita sulle prime pagine dei tabloid quando la triestina Maria Carmela Farina le aveva fatto causa per 5 milioni di dollari per essere stata «truffata, sfruttata e tenuta in una situazione di schiavitù». «Le offrì di trasferirsi a New York per farle da assistente nel suo programma tv di successo», spiega il suo avvocato Paul Catsandonis, «ma una volta a New York la costrinse a fare la badante a tempo pieno di una 99enne il cui marito prima di morire le aveva chiesto di avere cura della moglie». In cambio Oscar Crespi avrebbe regalato a Lidia la sua casa.

Alessandra Farkas - Corriere della Sera

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